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Caso di successo Infrastruttura IT

Riprendere in mano l'IT di un contact center, un pezzo alla volta

di Team P3·27 settembre 2026·7 min di lettura

Un contact center che lavora per più aziende di servizi (acqua, gas, energia, rifiuti) vive di tre cose: il telefono che squilla, il gestionale dei ticket e le postazioni delle operatrici. Quando una si inceppa, si ferma tutto. Il nostro cliente era arrivato a non sapere più come fosse fatta la propria infrastruttura. Ecco come l'abbiamo rimessa in ordine, senza mai fermare il lavoro.

01Prima regola: misurare, non supporre

Davanti a un'infrastruttura confusa la tentazione è ripartire da zero. Noi abbiamo fatto il contrario: prima di toccare qualsiasi cosa, l'abbiamo misurata. Su 41 postazioni registrate, 22 erano vive; il resto residui di un'organizzazione più grande. Nel gestionale, 36 utenze attive su 137: le altre di persone uscite da anni. Una sonda ha registrato gli accessi ogni quarto d'ora. La regola: ogni affermazione dietro una misura.

Le intuizioni dicono dove guardare, non cosa fare. Più di una volta un'ipotesi ragionevole si è rivelata falsa alla prova dei fatti.

02Le cose che non si vedevano

Il censimento ha fatto emergere problemi che nessuno aveva mai cercato: il gestionale non aveva un salvataggio funzionante da anni (milioni di ticket affidati alla sorte); su ogni postazione tre programmi di accesso remoto installati e dimenticati; le password del gestionale in chiaro, decine di utenze con la stessa; allegati di anni spariti dal disco. Non errori clamorosi: l'effetto cumulativo di anni senza un quadro d'insieme.

03La strategia: sfilare, non strappare

Buona parte dell'infrastruttura era di fornitori esterni. Invece di aprire contenziosi, abbiamo ripreso il controllo pezzo per pezzo, documentando ogni passaggio:

una VPN aziendale vera sul firewall di sede al posto degli accessi improvvisati; i salvataggi, con un server in sede che riceve ogni notte la copia del gestionale; le postazioni gestite centralmente (installano da sole il software aziendale, configurano il browser, bloccano le estensioni non autorizzate); l'assistenza remota passata a uno strumento open source ospitato in casa, che registra chi si collega; la chat interna, anch'essa open source e in sede; un inventario del rack. Ogni pezzo introdotto accanto al vecchio, provato, e solo allora il vecchio spento.

Additivo prima, distruttivo dopo. L'open source ospitato in casa è una scelta di autonomia: i dati restano in azienda e nessun fornitore può spegnere un servizio.

04Strumenti, non eroi

La cosa di cui siamo più soddisfatti: ogni operazione ripetibile è diventata uno strumento. Il controllo dello stato dei sistemi, l'installazione su tutte le postazioni, la verifica di chi è in VPN, il ripristino di una postazione: procedure scritte e provate, che non dipendono dalla memoria di una persona. È la differenza tra un'infrastruttura che funziona perché c'è qualcuno bravo e una che funziona perché è fatta bene.

05I risultati

A poche settimane: il gestionale ha salvataggi quotidiani verificati in sede; metà delle postazioni e utenze inutili tolte, riducendo la superficie esposta; tutti gli accessi remoti passano da strumenti aziendali tracciati; l'azienda ha una documentazione viva della propria infrastruttura. E soprattutto: il lavoro non si è mai fermato.

06Cosa abbiamo imparato

1. Prima si misura, poi si decide. 2. Sfilare è meglio che strappare: pezzo per pezzo, senza salti nel vuoto. 3. L'open source in casa è autonomia, non solo costo. 4. Uno strumento scritto vale più di dieci interventi brillanti.

[P3]
Team P3
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